Agenda dell'eguaglianza. Monitorare l'utilizzo dello smartphone

05/12/2025 Agenda
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I legami interpersonali, oggi più che mai, si svolgono nella piazza di internet dove siamo costantemente sotto gli occhi di tutti. Siamo la società dell’iperconnessione. 

Sicuramente il periodo della pandemia mondiale -da COVID-19- ci ha unito maggiormente nelle relazioni umane, ma non ancora abbastanza per dare voce a chi non ce l’ha. 

La piazza di internet è diventata talmente una zona di comfort che quello che c’è all’esterno può spaventare e a volte si preferisce non affrontarlo. Poi c’è una parte della società che non si rende conto di aver creato un mondo parallelo, un suo mondo in cui vivere. Un modo di utilizzare la rete al fine di sfuggire dai propri problemi e/o alleviare stati emotivi negativi.

Sono passati circa vent’anni da quando, per la prima volta, la comunità scientifica si è avvicinata con grande interesse allo studio dell’emergere di nuovi “sintomi” legati all’utilizzo improprio della rete. Goldberg volle adattare all’abuso di internet i criteri diagnostici proposti nella precedente versione del - Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali- DSM -IV (nel 2013 è stato revisionato e poi tradotto in italiano l’anno seguente, nella sua 5° edizione) - per la diagnosi di dipendenza da sostanze, e delineando quello che è diventato un nuovo costrutto nosografico: l’Internet Addiction Disorder. 

Successivamente, con il contributo maggiormente strutturato di Griffiths la sua proposta (1998) prese più corpo, definendosi e stabilendo che per diagnosticare la dipendenza da Internet si richiedeva la presenza di sei caratteristiche fondamentali:

  1. Dominanza dell’attività virtuale nella sfera cognitiva, affettiva e comportamentale;
  2. Alterazioni del tono dell’umore;
  3. Tolleranza;
  4. Sintomi di astinenza;
  5. Conflitti;
  6. Ricadute rispetto all’utilizzo.

Cosa caratterizza lo spettro dei “disturbi” che possono essere legati all’uso problematico (e per alcune persone patologico) di internet?

La sostituzione della realtà mediatica e anche la saturazione dei bisogni emotivi proprio attraverso le esperienze vissute nel mondo virtuale.

 Il pericolo principale è sempre lo stesso, che internet non sia più solo una parte limitata della vita, ma la parte centrale perché rappresenta il modo attraverso il quale sopperire a una serie di difficoltà personali e relazionali. Così, si perde la capacità pregnante della realtà, quella di far fronte alle difficoltà attraverso la negoziazione.

Senza dubbio, i videogiochi danno voce a una serie di aspetti psicologici e affettivi ma sono anche strutturati in modo tale da favorire, nel bambino e nell’adolescente, un processo di identificazione, e gli aspetti emotivi legati a questo sono ormai convalidati scientificamente da studi neuropsicologici. Ancora non sappiamo con certezza però, quanto questi videogiochi possano alterare le capacità dalla persona coinvolta, si è creduto per molto tempo che questa attività sostenuta in maniera assidua potesse causare l’amento dell’aggressività correlata a una riduzione dell’empatia.

Cosa spinge bambini e adolescenti a questo uso non funzionale dei videogiochi?

La bassa tolleranza della noia: ovviamente è un fattore di rischio. Ma la noia può essere educata. 

Cosa significa? che può essere una grande occasione di crescita personale e anche relazionale perché nel momento in cui si impara a stare nella noia (quindi in questo stato d’animo) senza forzature, si impara a controllare la frustrazione e a vivere nel tempo presente, nel qui e ora. Di fondamentale importanza per stare bene con sé stessi e gli altri. 

Vivere nel qui e ora, significa vivere in questo piano della realtà, facendo tesoro degli insegnamenti del passato ma senza aggrapparsi a questi e senza proiettarsi nella vita futura. 

Questo significa non avere una progettualità? 

No, significa essere presenti a quello che succede, ora, in questo preciso momento e trarne benefici e forza. Possiamo essere responsabili di ciò che siamo ora, il passato non lo possiamo cambiare e non possiamo occuparci di qualcosa che non è ancora successo (futuro).

Quello che succede è che, a volte, i bambini e le bambine hanno bisogno dell’aiuto dea parte dell’adulto nel trovare la strada. Senza che però gli adulti si sostituiscano a loro.

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  1. Bassa autostima: ci possono essere varie cause a determinarla. 

🡪Ad esempio, quando, intenzionalmente o meno, in famiglia o a scuola si ripete, più e più volte, che il bambino o la bambina non è in grado di fare qualcosa, oppure che ci mette più tempo degli altri ad assimilare una lezione, cioè quando c’è un mancato incoraggiamento. 

Questo non sempre è fatto con consapevolezza, quindi comportamenti automatici che potrebbero avere ripercussioni sul bambino-bambina e/o sull’adolescente a medio e lungo termine. Loro avranno poi modi diversi di esternarlo oppure tenerlo dentro di loro. Ma entrambe le modalità, ad un certo punto, potrebbero portare delle conseguenze.

Per bambini-bambine e adolescenti anche solo ascoltare: 

“Sai, povero piccolo/a, ci prova ma non ci riesce”, è una frase che potrebbe favorire una bassa autostima e al contempo passare loro un messaggio sbagliato. Una sorta di giustificazione alla loro difficoltà. Così facendo interiorizzeranno che non occorre impegnarsi perché tanto le cose comunque non funzioneranno. Questo non è funzionale per loro crescita.

Internet di per sé non crea difficoltà, ma rappresenta lo specchio del proprio modo di essere. È il modo in cui questo si utilizza che potrebbe favorire un disfunzionamento.

I disturbi affettivi, in particolare la depressione, sono le manifestazioni più frequentemente associate alla dipendenza da internet, e questo soprattutto in adolescenza. Anche i disturbi d’ansia, in particolare il disturbo ossessivo-compulsivo e la fobia scolare sono talvolta associati a IAD, così come la sindrome da disattenzione e iperattività.

Si parla di fobia scolare o rifiuto scolare, quando ci si riferisce a un disturbo in cui sia il livello di paura che di ansia ad andare a scuola sono così forti da compromettere in modo severo una frequenza scolastica regolare.

Le aree cerebrali coinvolte nell’Internet Addiction Disorder sembrano essere simili a quelle implicate nelle dipendenze da sostanze, alcuni di neuroimaging suggeriscono che il circuito cerebrale coinvolto nel desiderio insistente dei videogiochi online sia simile a quello elicitato da stimoli correlati ad alcol e droghe: corteccia prefrontale dorsolatterale bilaterale, cingolato posteriore e anteriore destro (Ko, Liu, Hsiao et al., 2009). Il sistema dopominergico, a capo dei meccanismi di ricompensa e grratificazione è particolarmente coinvolto in tutte le dinamiche di addiction. L’iperattivazione della corteccia orbifrontale nei soggetti con dipendenza da internet è connessa a una maggiore sensibilità di questi alla gratificazione, derivante dalla sensazione di controllo e di realizzazione immediata.

Passare tanto tempo in rete non determina una dipendenza. Bisognerebbe valutare la compromissione qualitativa di quel che accade nel virtuale, in quella terra di mezzo, tra l’agito e il pensato, insieme alla quantità del tempo passato online. Infatti, c’è ciò che è definito Lotus of control interno che permette di limitare il rischio di sviluppare una dipendenza da internet. Gli adolescenti che riusciranno a diventare consapevoli del loro muoversi nel reale, saranno in grado di utilizzare internet in modo più adeguato.

Quando si parla di bambini, ovviamente si è a conoscenza che loro non siano realmente in grado di autogestirsi ed è compito dell’adulto educarli a un uso corretto e funzionale del potente mezzo di comunicazione quale internet. Potrebbe essere utile, però, stabilire prima delle regole. Poche, precise e spiegate in modo chiaro circa lo spegnimento dei dispositivi digitali. E, soprattutto per i più piccoli, cercare di fare in modo che passi un tempo considerevole tra il processo di spegnimento e l’addormentamento, ad esempio riponendo i dispositivi digitali fuori dalla loro camera, in modo che non costituiscano una distrazione. Altro punto importante, e sempre valido è di essere un esempio positivo per il proprio figlio e/o figlia. 

Ricorda: essere un esempio positivo per il proprio figlio e/o figlia non significa non essere mai stanchi e non fare errori. Siamo umani e sbagliamo. Essere esempio significa rialzarsi dopo la caduta e spiegare al bambino che la caduta è parte della vita e che si impara anche da questa. Non esistono genitori prefetti ma esistono genitori “sufficientemente buoni”




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Pubblicato da LaboraStoria APS

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